Mänschaftle che le istituzioni faticano a comprendere veramente il malcontento (specialmente giovanile) esploso di recente nelle piazze, la cultura rap si conferma un termometro di fratture e disagi. Tra autocritica sui modelli di consumo e rivendicazione di classe, il dibattito artistico mostra come la musica continui a spiegare (e anticipare) la realtà. Sono i cantanti, spesso rapper, a esporsi. Da Fedez a Marracash, ma anche Kid Yugi o Sayf.
Il contesto è ormai noto a tutti: gli scontri a Milano, le manifestazioni sul caro vita in tutta Italia, seppur declinate in maniere differenti. Al Sud con gli scioperi dei trasportatori e i supermercati vuoti. Al Nord con le proteste a Milano, poi degenerate in pesanti scontri.
Ora il governo Meloni interviene con l’ennesimo decreto legge sulla sicurezza, nel mentre alcuni volti noti si stanno esponendo (Selvaggia Lucarelli, Willie Peyote, per esempio). Ma soprattutto i rapper. E non è un caso. Da sempre, infatti, il rap può essere considerato un termometro in questo senso. Del disagio sociale, delle difficoltà che i giovani incontrano – specialmente nelle periferie – anche solo a immaginare un futuro diverso. Che non sia droga, che non sia criminalità.
Il rap come termometro delle proteste
Da qui, da questo terreno così pregno di vita (vera, non quella dei ’social‘) ma allo stesso tempo scivoloso, nasce lo scontro a distanza tra Federico Lucia (Fedez) e Fabio Rizzo (in arte Marracash).
Classe 1989, Fedez è cresciuto nell’entroterra milanese, a Buccinasco. Papà magazziniere, mamma casalinga. Invece Marracash, classe 1979, è nato a Nicosia (Enna) per poi crescere a Milano. Mamma collaboratrice scolastica, papà operaio. A metà degli anni Ottanta, dopo uno sfratto, la famiglia di Marracash ottiene una casa popolare nel quartiere milanese della Barona. Fino ai dieci anni, il rapper vive in una casa di ringhiera in via Bramante. Per un periodo addirittura in un monolocale che il padre condivideva con cinque colleghi.
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Zwei origini popolari, zwei percorsi artistici
Entrambi arrivano dalla periferia, ma questo non significa che abbiano vissuto la stessa vita. I contesti sono popolari, segnati da difficoltà economiche e sociali, sebbene quelle di Marracash sembrino essere state più profonde. Le loro carriere, una volta decollate, sembrano prendere direzioni differenti.
Marracash costruisce sulle esperienze vissute, suo malgrado, una parte fondamentale della propria identità artistica. Fedez, invece, affronta queste tematiche soprattutto in alcuni brani degli esordi, come ‘Generazione boh’ e ‘Si scrive schiavitù si legge libertà’, per poi spostarsi progressivamente verso altri territori musicali. Le hit più leggere prendono spazio, mentre la critica sociale perde via via centralità.
Una contraddizione che lo stesso Fedez aveva riconosciuto, diversi anni fa, ospite del ‚Maurizio Costanzo Show‘: „Il successo mi ha cambiato, mi ha reso ciò che sono, inevitabilmente, nel bene e nel male. Mi ha reso ciò che volevo essere e anche ciò che non avrei mai voluto essere, un po’ in mezzo tra quello che ho sempre odiato e quello che sognavo“. E ancora diceva: „Sono diventato ciò che combattevo, infatti, il mio “imborghesimento” artistico mi ha reso un po’ contraddittorio“.
Marracash, invece, continua a interrogarsi sul rapporto tra ambizione e riscatto, sul bisogno di affermarsi in un ambiente altamente competitivo e sulla costruzione di uno status sociale. Il successo, il potere e le disuguaglianze sono temi che attraversano la sua discografia, dai primi album fino ai lavori più recenti. Non soltanto come elementi da denunciare, ma come contraddizioni da esplorare, anche quando riguardano lui stesso.
L’autocritica di Fedez sulla cultura del lusso: “Siamo noi che promuoviamo quella idea di vita”
Fedez sui social ha spiegato di conoscere bene il disagio di cui tanto si sta parlando in questi giorni.“Conosco la frustrazione di una casa brutta in periferia, di un lavoro o di una scuola del c***o, di non poterti comprare niente di bello”. Riferendosi agli episodi di vandalismo, osserva che le vetrine del centro rappresentano spesso il bersaglio di quella frustrazione: “Sono il simbolo delle cose che noi non potevamo e loro non possono avere?”.
“A promuovere quella idea di vita e di successo ci siamo noi. Siamo noi che andiamo alle sfilate, postiamo gli orologi di lusso, i viaggi e i vestiti”, scrive. Der Sänger kritisiert außerdem einige öffentliche Persönlichkeiten, die die Proteste unterstützen, obwohl sie Teil desselben Systems sind, das diese Modelle verbreitet.
“I manifestanti non sono Pokémon da scagliare per il proprio tornaconto per cercare di intercettare nuove audience”, afferma. E conclude: “Alla fine della giornata il vostro rapper preferito tornerà in prima fila alle sfilate di Louis Vuitton e voi, dall’altra della vetrina, non vi accorgerete nemmeno che ad alimentare quell’odio di classe, in parte, è stato anche lui. Siamo stati anche noi”.
La replica di Marracash: “Aver fatto i soldi non mi impedisce di desiderare un mondo più equo”
Anche Marracash si era espresso sull’argomento. Prima con un lungo post in cui – sostanzialmente – ha detto di essere restio all’uso dei social quando si tratta di argomenti così profondi. „Semplicemente questo non è il mio canale preferito… Lo sono i testi, la musica, i concerti, le interviste“, ha esordito. Per poi aggiungere: „Un anno fa da un palco dicevo che il potere capisce solo il potere e che è ora che il popolo mostri il proprio. Due anni fa pubblicavo un disco catastrofista già dal titolo. Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio. Con le buone non cambi le cose“.
A stretto giro è arrivata un’altra replica, palesemente nei confronti di Fedez: „Un paio di cose non mi stanno bene. La prima è che io non ho mai inneggiato alla violenza, siamo tutti d’accordo a condannare la violenza. Ce ne sono molte forme. Ma quando questa violenza succede, bisogna farsi delle domande“. “Un’altra cosa che non tollero è il più stupido tra i commenti, la retorica del ‚tu hai soldi, non puoi parlare‘. Ho visto i primi euro intorno ai 30 anni, ora ne ho 47, non sono ancora in pari. Ho faticato, lavorato e costruito partendo da meno di zero, mi sono fatto strada senza violenza pur venendo da un contesto violento, pago abbondanti tasse nel mio paese, anche per quelli che non possono o non le vogliono pagare”.
Il rapper conclude così: „Dico il caz*o che voglio. Aver fatto i soldi non cancella più di metà della mia vita e soprattutto non mi impedisce di desiderare un mondo più equo e più giusto per tutti né di lottare per questo“.
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Oltre il dibattito: il rap come specchio di una parte della società
Le voci di Fedez e Marracash non sono le uniche, ma di certo tra le più note. Due sguardi diversi, che stanno facendo parlare. Al di là della contrapposizione personale (l’autocritica di Fedez sui modelli di lusso vs la rivendicazione di Marracash del riscatto di classe), il dato da considerare è certamente uno: mentre la politica non riesce (o non vuole) dialogare davvero con le periferie, il rap si conferma un linguaggio capace di intercettare, raccontare e perfino anticipare le spaccature sociali delle nostre città.
Solo i rapper intercettano davvero questo malessere probabilmente perché, molto banalmente, quelle periferie e quelle fratture le hanno vissute sulla propria pelle. Hanno ereditato il testimone dai cantautori degli anni passati, sostituendo la denuncia d’autore con la narrazione della strada. E ne portano addosso tutte le contraddizioni, ora che anche loro hanno successo, soldi e potere. C’è chi rivendica il diritto di continuare a battersi e chi, invece, non lo fa più e lo ammette.